Relazione del Presidente Alberto Alberti
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“60°ANNIVERSARIO DELLA FONDAZIONE

DELL’UNIONE INDUSTRIALI DELLA

PROVINCIA DI IMPERIA”

 

 

Signor Ministro, Autorità, Colleghi, Signore e Signori,

 

L’economia italiana attraversa la stagione più difficile dal dopoguerra: non solo per la lunga catena di dati negativi, ma soprattutto perché sembrano smarriti lo spirito e la tensione collettiva degli anni migliori e spesso perfino le basi della convivenza civile.

 

Confindustria da tempo lancia gridi di allarme, anche se non tutti, nonostante l’evidenza, hanno colto a pieno le difficoltà che attraversa il sistema economico del Paese,  anche tra coloro che hanno rivestito e rivestono ruoli di grande responsabilità.

 

Gli imprenditori vivono un momento amaro, sono consapevoli del loro ruolo ma anche delle loro responsabilità. Non intendono attardarsi in uno sterile lamento di fronte alle difficoltà che stiamo vivendo.

 

Ora è indispensabile che tutti facciano altrettanto. Servono scelte urgenti, coraggiose, probabilmente impopolari ma che sappiano fronteggiare l’emergenza senza perdere di vista la costruzione del futuro. Dobbiamo in ogni modo evitare che l’Italia resti schiacciata dal presente. I problemi di oggi vanno affrontati individuando gli obiettivi per il domani.

 

Schiacciati dal presente, divisi sul passato, rischiamo di prestare poca attenzione al nostro futuro.

 

Serve uno sforzo di visione. Serve una capacità di leggere i fenomeni per costruire il domani. Serve una volontà di emergere dal quotidiano: non per sfuggirlo, ma per poterlo affrontare meglio, con una mappa che indichi una strada.

 

Sta qui il senso di una politica alta, che abbia un progetto per il domani e che sia vicina ai veri problemi delle persone.

 

Lontana è da noi l’idea che debba esserci qualcuno o un centro che programmi e diriga le azioni dei singoli. Ma il nostro futuro è anche il prodotto di ciò che la classe dirigente saprà far emergere oggi. E arrivata l’ora delle grandi scelte.

 

Dobbiamo rimettere in funzione i meccanismi di selezione, con due parole chiave: la trasparenza e soprattutto la meritocrazia.

 

La meritocrazia è un valore di cui abbiamo estremamente bisogno, nelle imprese come nella società, nei servizi come nella pubblica amministrazione, nella scuola come nelle università.

 

Ed è bene che questo valore sia trasmesso ai più giovani.

 

Questo non significa danneggiare i più deboli, che vanno tutelati, ma creare le condizioni per fare avanzare i migliori affinché siano protagonisti negli scenari del futuro.

 

Noi vogliamo essere costruttori del futuro.

 

Quale sarà, nei prossimi dieci anni, la struttura economica del mondo e quale la posizione dell’Europa e dell’Italia? Il futuro è aperto, ma certe tendenze si leggono già oggi.

 

Il baricentro economico mondiale si sta spostando. Alla metà di questo secolo, Russia, India, Cina e Brasile saranno la più imponente forza economica mondiale. Produrranno una ricchezza pari a quella attuale dei sei paesi più sviluppati. Nel 2050 solo Giappone e Stati Uniti resteranno tra i primi sei paesi al mondo nella classifica stilata in base al prodotto nazionale lordo. Regno Unito, Germania, Francia e Italia si collocheranno tra il settimo e il decimo posto.

 

Ai nostri livelli di produttività basterebbero 500 milioni di cinesi per generare l’intero PIL mondiale di oggi. Si dimentica però che con la dimensione attuale del PIL metà della popolazione del pianeta vive con meno di 2 dollari al giorno.

 

C’è uno spazio enorme di bisogni da coprire e la sfida è dimostrare concretamente che lo sviluppo può andare di pari passo, nell’economia globale, con la giustizia e la dignità umana.

 

C’è posto per tutti sul pianeta. Il problema, allora, è quello di gestire la transizione. È  un processo che va governato e per questo servono Istituzioni sopranazionali forti e capaci. E serve un’Europa vera, che funzioni, perché solo l’Europa avrà, in questo mondo futuro, una dimensione che potrà competere con gli altri giganti economici.

Per questo è importante interrogarci su come sarà l’Europa tra dieci anni.

 

Io non sono pessimista. Non vedo un declino inesorabile del Vecchio Continente. Lo temo, solo se prevarranno le logiche nazionalistiche e di conservazione. Lo escludo, se sapremo mantenere alti gli obiettivi e forte la volontà di farcela.

 

L’Europa non sarà né una nazione centralizzata, né uno Stato Federale nel senso classico del termine. Sarà una nuova entità sopranazionale, la cui costruzione richiederà tempo, ma il cui risultato sarà copiato dal resto del mondo. Tutti sappiamo che in un mondo globale lo spazio per le singole nazioni si restringe.

 

Dobbiamo andare avanti. La strada è tracciata: 25 nazioni, con lingue, culture, abitudini, religioni differenti si stanno mettendo insieme e sostituiscono le leggi agli eserciti per risolvere le loro questioni.

 

Noi stiamo realizzando un sogno, un’utopia: la costruzione di una nuova istituzione politica fondata non sull’unità di eguali, ma sul rispetto della diversità delle genti e della loro autonomia.

 

I giovani che sembrano disinteressarsi dell’Europa sono molto più europei di quanto possa sembrare. Per loro l’Europa c’è già: nella loro vita quotidiana, nei loro affetti, nelle loro ambizioni di studio e di lavoro, nelle loro mete di vacanza, nella loro cultura e nei momenti di svago.

Noi sappiamo che non è la spesa pubblica a far crescere l’economia, così come sappiamo che non può essere lo Stato il motore dello sviluppo. Gli stessi Stati Uniti sono cresciuti molto di più negli anni Novanta, quando avevano un bilancio pubblico in avanzo, piuttosto che in questi anni in cui hanno generato squilibri di finanza pubblica che peseranno negativamente sulle economie di tutto il mondo. E in Europa i paesi che crescono di più sono quelli che hanno le finanze pubbliche in ordine.

 

Se continuiamo a dire che è l’Europa la causa dei nostri mali, distruggiamo l’Europa e aggraviamo i nostri mali. L’Italia, per crescere, ha bisogno dell’Europa. E deve crederci.

 

L’Italia deve battersi affinché le risorse del bilancio europeo siano destinate all’innovazione, alla ricerca, ai grandi progetti infrastrutturali: ossia le cose che renderanno competitiva l’Europa dei prossimi dieci anni, non quelle che difendono gli interessi e gli assetti del passato.

 

L’agenda di Lisbona non deve rimanere né uno slogan né una chimera.

 

Le iniziative dell’Unione Europea in tema di competitività e la conferma della politica di coesione economica e sociale sono fondamentali per l’Italia.

 

È questo un terreno dove il governo, ma non solo, deve dare una prova concreta di influenza sulle decisioni europee.

In ogni caso, l’Italia deve contare di più in Europa: e anche questa è una responsabilità soprattutto nostra.

 

Va costruita una classe di funzionari che sappiano stare indifferentemente in Italia e nel mondo. Che siano autorevoli e portino la nostra cultura negli organismi internazionali.

 

Perché l’Europa cresca e produca ricchezza, è necessario che il principio della libera concorrenza trovi piena attuazione.

 

La concorrenza non deve essere né un mito né una religione. Ma il modo per dare a tutti maggiori opportunità e per far emergere i migliori. Se sapremo far emergere i migliori, allora saremo competitivi.

 

Dico questo anche adesso, in presenza di diffuse e comprensibili paure che derivano dall’esplodere della concorrenza cinese nel mondo. Ma la paura è sempre una cattiva consigliera. Invece dobbiamo reagire. Siamo convinti che debbano essere messe in pratica tutte le azioni necessarie in casi di crisi settoriale e a fronte di concorrenza sleale.

 

Vedo con preoccupazione la strisciante invadenza dello Stato nell’economia attraverso l’attivismo di nuovi soggetti che richiamano alla mente vecchie logiche da partecipazioni statali.

 

Concorrenza e mercato significano rispetto delle regole e autorevolezza delle Istituzioni. Una autorevolezza che, purtroppo, ho visto ridursi in queste settimane, a causa di una esasperata conflittualità tra gli attori principali del governo dell’economia.

 

Occorre distinguere rigorosamente il destino personale di chi ha responsabilità di altissimo livello istituzionale da quello delle Istituzioni che essi rappresentano, che deve essere assolutamente tutelato. Pena la perdita di credibilità delle stesse che per il Paese è inaccettabile.

 

Dopo le crisi finanziarie di alcune aziende italiane, nell’ormai lontano 2003, non siamo ancora riusciti a varare una buona legislazione sul risparmio. E questo è molto grave, ma anche significativo.

 

Abbiamo assistito negli ultimi mesi ad una malintesa battaglia per l’italianità delle banche, fatta di dichiarazioni intempestive da parte di politici italiani e non solo italiani, in occasione delle offerte pubbliche di acquisto su due banche nazionali.

 

Ne sono seguiti incontri più o meno riservati presso le autorità, manovre incrociate, emersione di nuovi soggetti e di capitali misteriosi, rastrellamenti di azioni sul mercato, scalate clandestine, sospetti e accuse di insider trading, denunce di azioni di concerto, interventi della magistratura. Niente di più lontano da produzione e lavoro.

 

Non è stato un bello spettacolo. Non ci abbiamo guadagnato nulla.

 

I fatti di queste settimane ci dicono che sono necessarie le regole e le autorità capaci di farle rispettare. Con il rispetto delle regole cresce la cultura della concorrenza. Con autorità professionali e indipendenti si garantisce la correttezza del mercato.

 

Occorre far crescere la concorrenza nel nostro Paese. Sui mercati dei beni, dove già è forte da anni, ma dove è necessario vegliare sulle pratiche distorsive. Sul mercato dei servizi pubblici e in concessione, dove è più difficile, ma dove occorre investire per avere minori prezzi e qualità del servizio elevata. Non possiamo pagare l’energia più che negli altri paesi europei.

 

La concorrenza è un mezzo per migliorare il Paese, attraverso un processo meritocratico che deve cominciare dalla scuola e dall’università.

 

Abbiamo bisogno di un sistema scolastico - per il quale, si sta finalmente lavorando - che recuperi rapidamente i ritardi accumulati nei confronti di altri paesi occidentali. E sia capace di accrescere efficacemente il nostro patrimonio di istruzione e

intelligenze. Questo sistema deve valutare e premiare gli studenti e i professori più validi.

 

Un Paese dove l’istruzione e la preparazione siano più diffuse e continue lungo l’arco della vita professionale, e dove la selezione dei migliori sia una regola sin dalla scuola, è un Paese che non teme la concorrenza. Anzi, che fa della concorrenza la via per migliorare continuamente.

 

Vale nella scuola quello che deve valere nelle nostre imprese. Anche i nostri centri di eccellenza universitaria devono fare un grande sforzo verso l’internazionalizzazione. Un sistema che sa promuovere e selezionare non lascia indietro nessuno, perché crea gli spazi dove tutti possono trovare la loro collocazione.

 

Queste riforme devono vedere l’impegno congiunto di tutti i soggetti vitali del Paese. E di tutti i soggetti istituzionali coinvolti, a cominciare dalle regioni. Il progetto deve essere fortemente integrato da ammortizzatori sociali moderni: un sistema di indennità di disoccupazione combinato a processi di formazione che devono accompagnare i lavoratori lungo tutto l’arco della vita professionale.

 

Sarà la concorrenza a ridisegnare la struttura produttiva del nostro Paese e a creare nuove opportunità di lavoro e di impresa.

Non possiamo decidere a tavolino quali settori e quali prodotti domineranno il mercato tra dieci anni. Ma sappiamo che, se l’Italia sarà più istruita e più preparata, se avrà investito in centri di ricerca e avviato progetti per migliorare il nostro territorio e la vita di tutti i giorni, allora sarà anche presente nei nuovi settori.

L’Italia che verrà sarà popolata da un numero di immigrati superiore all’attuale, perché i maggiori arrivi si sommeranno al calo demografico della nostra popolazione.

 

Abbiamo bisogno di integrare queste popolazioni e non possiamo aspettare che i nuovi problemi sorgano per affrontarli. Sarebbe troppo tardi. La seconda generazione di immigrati porrà problemi diversi e forse maggiori della prima, perché costituita da persone nate sul nostro territorio, che vorranno giustamente avere tutti i diritti e che non si accontenteranno solo dei posti di lavoro rifiutati dagli italiani.

 

L’integrazione di domani si prepara oggi.

 

Dobbiamo aumentare la nostra capacità di adattamento al futuro. E noi sappiamo già da ora quale è il settore che più deve adattarsi. E’ quello dei servizi.

 

I servizi sono i due terzi del PIL. Rappresentano oggi un costo per le altre imprese, mentre in realtà potrebbero essere un traino. La concorrenza nei servizi è bassa in Italia e in Europa.

 

Aver fatto fallire la direttiva sulla liberalizzazione dei servizi, evento passato quasi inosservato nel nostro Paese, rappresenta purtroppo un grave errore.

 

Parliamo di mercato interno europeo come se fosse già compiuto e non ci rendiamo conto che abbiamo liberalizzato solo il commercio dei beni, che rappresenta meno di un terzo del PIL.

Non ci sarà un vero mercato interno senza la liberalizzazione dei servizi. E senza questo mercato sarà difficile crescere.

 

Gli Stati Uniti crescono più dell’Europa perché cresce la loro domanda interna. E questo perché i servizi sono liberi. I servizi hanno un forte contenuto di manodopera locale e un elevato consumo di beni industriali moderni. Basti pensare alla sanità, che consuma prodotti ad alta tecnologia. Ma lo stesso vale per le telecomunicazioni, il turismo, lo spettacolo, i trasporti, l’educazione.

 

Il consumatore moderno compra beni industriali attraverso l’uso dei servizi. Se i servizi non sono liberalizzati, non cresce la domanda dei consumatori, non cresce la domanda di beni industriali, non crescono la ricerca e l’innovazione che sono implicite nei servizi moderni, organizzati ormai come vere imprese di natura industriale.

 

La visione del futuro del nostro Paese deve comprendere una cura del territorio che è un’importante risorsa ma anche una grande opportunità imprenditoriale.

 

Modernizzare le nostre città, ricostruire le nostre periferie, valorizzare il nostro patrimonio artistico, dotarsi di una rete di comunicazioni e di trasporti adeguati alla domanda di mobilità, gestire con un minimo di efficienza la raccolta e la distribuzione dell’acqua: sono tutti obiettivi che possono far crescere nuovi imprenditori, nuove aziende, nuove professionalità e nuovi servizi.

La domanda di moderne infrastrutture è oggi ineludibile. Basta guardare all’esperienza della Spagna che ha saputo utilizzare al meglio i fondi europei, facendo delle infrastrutture un motore dello sviluppo. Ne dovrà derivare un potenziamento dell’offerta di logistica, necessaria per un Paese che resta manifatturiero ma che non potrà avere sul territorio tutte le fasi delle produzioni.

 

Il traffico di merci Europa-Asia via Suez ha già superato quello Europa-USA. In quanto terminale naturale di questi flussi l’Italia, ed in particolare la Liguria, può assicurarsi valore aggiunto logistico e attività di perfezionamento delle merci.

 

Ma l’offerta di logistica implica anche investimenti nell’intermodalità, a cominciare dai porti. E poi innovazione organizzativa e tecnologica affinché si trasformi da onere per le imprese in valore aggiunto per tutti. Ciò sarà molto importante per l’impatto sui costi di trasporto, oggi troppo alti, e per il turismo.

 

Serve un grande progetto per il turismo, per farlo uscire dalla crisi in cui si dibatte e per farne un vero protagonista dello sviluppo nei prossimi anni, un protagonista a dimensione industriale.

 

Natura, stile di vita e opere d’arte non bastano più. Senza una promozione coordinata ed efficace del “marchio Italia”, senza prezzi concorrenziali e qualità del servizio, senza imprenditorialità siamo destinati a perdere altre posizioni.

Non è solo il recente sorpasso della Cina in termini di presenze che ci preoccupa, ma il fatto che dal 2000 perdiamo turisti mentre aumentano negli altri paesi europei.

 

Il turismo è una delle più grandi sfide che abbiamo davanti. Non è l’unica. Ma tutte le occasioni si coglieranno meglio con un sistema finanziario adeguato.

 

Le banche italiane hanno fatto grandi passi sulla strada della modernizzazione. Nessuno di noi dimentica da dove sono partite, solo pochi anni fa. Ma il processo di crescita attraverso fusioni e concentrazioni si è fermato. La via della crescita non è mai finita per nessuna impresa, a maggior ragione per le banche, che debbono riprendere quel processo che si è interrotto.

 

Le banche sono imprese per le imprese. E noi vogliamo banche italiane più grandi e più forti, proprio come vogliamo industrie più grandi e più forti. Non c’è differenza. Ma anche nel mondo del credito la concorrenza deve diventare protagonista.

 

Il nostro mercato finanziario si sta aprendo alla concorrenza estera. Questo è un bene. Auspichiamo che avvenga lo stesso negli altri paesi e che le nostre banche siano protagoniste in Europa e nel mondo.

 

 

 

Questo processo di modernizzazione del sistema bancario tuttavia non sempre si ripercuote in modo efficiente sul sistema delle imprese. Troppi ancora sono i differenziali di efficienza che ci differenziano dagli altri sistemi finanziari occidentali.

 

Dietro grandi proclami di modernizzazione, in cui si sostiene che le banche sono sempre più aziende di servizi che devono agire in partnership con le imprese, per uno sviluppo legato alla capacità di esprimere progettualità, si cela spesso una realtà fatta ancora di sistemi di concessione del credito, esclusivamente e fortemente ancorati alle vecchie logiche del sistema delle garanzie.

 

Il processo di riforma che il sistema sta vivendo meglio noto come adeguamento alle nuove regole di Basilea 2, può costituire una grande opportunità per il Paese, a patto che non sia fatto ricadere esclusivamente sui soggetti deboli del sistema ossia sulle spalle delle piccole imprese che già vivono una fase di contrazione economica e non possono tollerare un ulteriore incremento dei costi o peggio ancora una difficoltà di accesso al credito solo perché si è deciso di informatizzare il sistema di valutazione con valutazioni esclusivamente quantitative e non tenendo nel giusto conto valutazioni di ordine qualitativo e personale che per le realtà imprenditoriali di minori dimensioni sono invece determinanti.

 

Chiediamo in questo senso un intervento immediato a chi ne ha la responsabilità, affinché questo processo di modernizzazione importante non diventi un momento di forte penalizzazione del sistema delle piccole e medie imprese.

 

L’Italia sarà sempre il Paese delle piccole imprese, ma le piccole imprese dovranno essere più grandi e organizzate di quelle del passato. Questo non può essere un processo lasciato solo all’iniziativa generosa dei singoli.

 

A questo fine devono anche essere ridisegnati il fisco italiano e la macchina amministrativa.

Diamo atto che molto è stato fatto ma molto ancora rimane da fare.

 

Il fisco non è solo pesante, ma è anche mal distribuito. Premia più le importazioni che il lavoro nazionale. Premia, soprattutto, più la rendita che la produzione.

 

Mi rendo conto che sono temi delicati e non penso che possano essere risolti con un colpo di bacchetta. Ma credo sia necessario affrontarli e fare di essi un tema della nostra politica industriale.

 

Si deve ridurre il cuneo fiscale e spostare parte del carico dal costo del lavoro nazionale alle imposte indirette, che pesano in eguale maniera sulla produzione interna e su quella importata.

 

Questa operazione può prendere il via sin da ora. E ormai chiaro a tutti che va abolita l’IRAP che grava solo sul lavoro italiano e sul capitale investito nel nostro territorio. Non solo perché ce lo chiede l’Europa.

 

Togliere l’IRAP sul lavoro è urgente per far recuperare competitività.

 

Questa operazione va fatta senza pregiudicare i conti dello Stato. Non sta a noi indicare dove tagliare la spesa pubblica per trovare le risorse necessarie alla competitività. Ma certo sappiamo che lo spazio esiste.

 

Non vogliamo pagare con più deficit quella tassa che comunque deve essere rimossa.

Il nostro Paese ha tanto capitale disponibile e troppe aziende sottocapitalizzate. Stiamo diventando il Paese della rendita. In Italia il rapporto tra patrimonio (immobiliare e finanziario) e PIL è pari a otto volte! Il maggior rapporto tra i paesi industriali. La Francia sta dietro di noi e così gli USA. In questa situazione, il valore annuale della rendita si avvicina paurosamente a quello del reddito da lavoro.

 

Vuol dire che stiamo usando male le nostre risorse. Ma soprattutto mi preoccupa l’insegnamento che da questa cultura della rendita viene ai nostri giovani.

 

Il Paese da tempo non cresce. Il Paese arretra in modo preoccupante in una fase di slancio dell’economia e del commercio mondiale. C’è sfiducia. C’è una sorta di rassegnazione e perfino noi imprenditori sembriamo talvolta smarrire il nostro ottimismo.

 

Bisogna rivalutare la capacità di produrre ricchezza e la componente rappresentata dal lavoro. Ma la rivalutazione non può essere solo una questione di contrattazione sindacale, come invece sta avvenendo.

 

Sia chiaro. Noi imprenditori siamo consapevoli delle difficoltà di molti lavoratori, ma anche delle difficoltà delle aziende.

 

Dobbiamo contribuire assieme a fare crescere la competitività delle nostre imprese e a posizionarle su quei segmenti di mercato che consentano profitti e un’adeguata remunerazione del lavoro. Altrimenti, i maggiori salari sarebbero solo l’anticipo di futuri licenziamenti!

 

Scusate la brutalità delle espressioni. Ma occorre parlare chiaro. Noi di questo siamo stati sempre convinti. E su questa convinzione abbiamo basato la scelta del dialogo e del confronto. Devo però dire con rammarico che al di là delle buone intenzioni un anno è trascorso senza risultati concreti.

 

Serve uno scatto condiviso e adeguato alle difficoltà della situazione. Senza dimenticare che il fattore tempo è determinante.

Auspichiamo che il sindacato ritrovi una linea unitaria e realistica in materia di relazioni industriali per evitare che si interrompa il dialogo con Confindustria. L’esperienza di questi mesi ci dice che per andare avanti nel confronto c’è assoluto bisogno di più visione comune da parte delle confederazioni sindacali.

 

Mentre noi lasciamo passare i mesi in discussioni estenuanti e senza conclusioni, la situazione del nostro sistema produttivo si deteriora. Anche perché nei paesi nostri concorrenti - e non penso solo alla Germania – le aziende e i sindacati stanno adottando terapie assai incisive.

 

Vorrei dire a tutti, anche agli amici del sindacato, che nell’economia globale le politiche del continuo rinvio non hanno senso.

 

E’ arrivato il momento di rifondare le relazioni sindacali per sviluppare in maniera moderna il valore dell’impresa e del lavoro. Serve un modello di rapporti adeguato ai tempi per dare prospettive concrete al fatto che capitale e lavoro hanno oggi il grande interesse coincidente di guardare avanti.

 

Noi di questo siamo stati sempre convinti. E su questa convinzione abbiamo basato la scelta del dialogo e del confronto. Devo però dire con rammarico che, al di là delle buone intenzioni, un anno è trascorso senza risultati concreti.

 

Essere tornati a parlarci nell’ultimo anno, ha creato un clima migliore, che deve però servire a costruire un modello di relazioni davvero collaborativo, nell’interesse di tutti. E certo non vanno in questa direzione piattaforme rivendicative al di fuori di ogni compatibilità e che pretendono di stravolgere unilateralmente le regole del gioco.

 

Noi imprenditori stiamo comunque lavorando intensamente, cercando di fare la nostra parte. Malgrado tutti gli sforzi è risultato finora impossibile qualsiasi accordo.

 

Confindustria pochi giorni fa, il 22 settembre scorso, ha preparato un documento sui temi delle relazioni industriali che riteniamo importante e innovativo e che può rappresentare una importante base di discussione.

 

Il titolo è eloquente “Relazioni industriali per una maggiore competitività delle imprese, lo sviluppo dell’occupazione e la crescita del Paese”.

 

Chiediamo un confronto di merito e spirito costruttivo. Perché la sfida è veramente impegnativa e i tempi sono strettissimi.

 

Vorrei citare solo due dati impressionanti. Negli ultimi cinque anni, dal 2000 al 2004, la produttività è aumentata in Germania del 10%, in Francia del 12%, in Italia è diminuita di quasi un punto e mezzo. Negli stessi anni, il costo del lavoro per unità di prodotto in Francia e Germania è diminuito, in Italia è aumentato di oltre il 12%.

 

Così non si può continuare. Senza scelte immediate e coraggiose il divario tende ad allargarsi. L’OCSE già prevede per il 2005 un incremento del costo del lavoro del 3,9% in Italia contro l’1,3% in Francia e addirittura una riduzione in Germania.

 

Il cuneo fiscale e contributivo - cioè la differenza fra il costo per l’impresa e la retribuzione netta - è in Italia fra i più alti del mondo. Con l’IRAP che grava sul costo del lavoro, per ogni 100 euro di salario netto, il costo per una nostra impresa è pari a 193. Più della Francia, molto di più dei 159 della Spagna e dei 145 del Regno Unito.

 

Sia chiaro, gli imprenditori non chiedono minori tasse per fare maggiori profitti, ma per essere più competitivi, per investire di più in apparati produttivi sempre più adeguati alla esigenze del mercato oltre che in ricerca e sviluppo, per costruire il lavoro e il successo di domani.

 

E chiedono meno fardelli sull’impresa per non dover continuare a guidare una macchina con una mano sola, in condizioni di inferiorità rispetto ai concorrenti.

Sulle imprese italiane pesano vincoli, gravami e oneri impropri che non hanno eguali nel mondo industriale.

 

Un Paese come il nostro con tasse elevate e servizi pubblici di bassa qualità favorisce solo chi è al riparo dalla concorrenza, trasferendo la ricchezza dai settori esposti alla competizione a quelli protetti. Cresce la rendita o il profitto di chi vive fuori del mercato, a spese dei cittadini che pagano tariffe più elevate.

 

Sappiamo che i problemi delle imprese sono sempre più gli stessi, a prescindere dalle dimensioni e dal settore.

 

Possiamo fare molto, avviando le infrastrutture che mancano e investendo nella qualità delle Amministrazioni. Puntando, anche per attrarre investimenti, sulla fiscalità di vantaggio e su strumenti automatici, senza intermediazione politica o amministrativa. Potenziando un turismo integrato con la cultura, l’industria, le comunicazioni, le università.

 

Da Confindustria viene un appello forte a intensificare con tutti gli strumenti la lotta all’evasione fiscale e al sommerso. Non è solo una doverosa battaglia di civiltà, ma lo strumento per una società più giusta e un’economia più competitiva. Le tasse si pagano, come fanno le imprese, e si devono far pagare. È un principio fuori discussione, ma anche la strada fondamentale per ridurre la pressione fiscale e quindi il costo del lavoro.

 

In Italia il tasso regolare di occupazione è il più basso d’Europa. Un numero troppo esiguo di persone contribuisce alla produzione di vera ricchezza. Nello stesso tempo abbiamo una dimensione abnorme dell’economia sommersa, soprattutto nel Mezzogiorno, che alcune stime collocano intorno al 25% del prodotto interno lordo.

 

Si tratta di un fenomeno gravissimo, di una vera emergenza nazionale, nei cui confronti non è più tollerabile alcuna indulgenza.

 

Ne risulterebbe un mercato del lavoro più equo e coeso e si aprirebbero spazi importanti per abbassare aliquote contributive e fiscali oggi non più sostenibili.

 

Occorre ritrovare il senso dello Stato e delle Istituzioni.

 

Confindustria crede fermamente nel ruolo delle Istituzioni e sa che senza Istituzioni credibili e professionalmente organizzate non è possibile avere un vero libero mercato e un Paese civile.

 

Possiamo e dobbiamo delegificare, perché tanti atti della nostra vita non necessitano dell’invasione della legge. Nessuno oggi è in grado di sapere quante sono le leggi vigenti in Italia. Un dato è certo. Abbiamo un numero di norme clamorosamente superiore agli altri paesi europei.

 

Vedo con preoccupazione governi ed enti locali vantarsi di aver varato tante leggi: quasi che il fare leggi significhi automaticamente amministrare bene un Paese!

 

Una volta per tutte, si deve semplificare l’amministrazione pubblica. E un problema strutturale che, da troppi anni, condiziona massicciamente la competitività del nostro Paese.

 

Ci vuole una sana amministrazione che costruisca su quello che esiste e che dia il senso della stabilità e della continuità. Anche così si legittima un sistema bipolare. E bisogna superare questa mania di spezzettare il Paese e di creare nuove e pesanti Amministrazioni con la pretesa di avvicinarsi al cittadino.

Soprattutto in momenti difficili come questi, le imprese si sentono parte integrante di questo Paese: sono cittadine dell’Italia, nel senso che contribuiscono alla sua crescita economica e civile.

 

Non voglio qui rivendicarne meriti e risultati, che sono evidenti a tutti. Voglio invece sottolineare la nostra volontà di partecipare, attivamente e senza invasioni di campo, alla costruzione di un progetto Paese, oggi più che mai necessario. E’ un ruolo che ci siamo conquistati nel tempo.

 

L’Italia ha sempre avuto nella capacità di stare sui mercati esteri il suo punto di forza. E anche qui le cose non vanno bene. Negli ultimi dieci anni la quota di mercato a prezzi costanti delle esportazioni italiane su quelle mondiali si è ridotta di un punto (dal 4,8 al 3,8%), mentre Francia e Germania hanno rispettivamente mantenuto e aumentato il loro peso, pur avendo l’euro come noi.

 

E come sappiamo, altrettanto preoccupante è la capacità sempre minore di attrarre investimenti stranieri in Italia. Un problema che chiama in causa fattori strutturali diversi, tutti riconducibili all’efficienza e alla competitività del nostro sistema Paese: dalle infrastrutture al costo del lavoro, dai tempi della giustizia civile al carico fiscale, normativo e burocratico che non ha eguali nel mondo occidentale.

 

Le imprese italiane vogliono rispondere alle sfide internazionali con la loro capacità di innovazione.

 

La ricerca e l’innovazione sono la molla del progresso. Sono anche grande fonte di rischio. Ma la capacità di rischiare è l’elemento che caratterizza il vero imprenditore.

 

Se non c’è rischio non c’è neppure innovazione.

 

Abbiamo in Italia un tasso tecnologico troppo basso. Abbiamo bisogno di aumentare il contenuto tecnologico e di innovazione dei nostri prodotti così da essere meno esposti all’imitazione, alla contraffazione, alla pura competizione sui prezzi.

 

E’ un compito nel quale le nostre piccole e medie imprese non possono essere lasciate sole. Per questo si deve incentivare la cooperazione tra università, impresa e strutture pubbliche in modo da realizzare veri e propri parchi tecnologici di ricerca industriale. Parlo di realtà che possono costituire l’autentico strumento di innovazione e di evoluzione del sistema industriale.

 

E’ bene su questo dire le cose come stanno. L’industria è la colonna portante della nostra economia, ma per troppo tempo è stata trascurata, quasi dimenticata, se non addirittura contrastata.

 

 E oggi se ne pagano le conseguenze.

Di recente notiamo una inversione di tendenza e questo mi rende particolarmente orgoglioso perché coincide con l’assunzione della responsabilità del Ministero delle Attività Produttive del nostro illustre concittadino e stimato amico On. Claudio Scajola che, con il suo piano di recente proposizione, ha saputo riportare al centro del dibattito politico, con sicura efficacia e diffuso apprezzamento, alcuni strumenti di politica industriale.

 

Ci auguriamo, Sig. Ministro, che il poco tempo che la legislatura Ti consentirà di utilizzare per gli obiettivi che Ti sei posto sia sufficiente per coglierli, anche se è forte in me la speranza di porterTi riavere qui tra noi l’anno venturo nella stessa veste.

 

Lavoriamo insieme per rimettere l’industria al centro, per dare slancio a un “nuovo manifatturiero” più globale, più specializzato, più tecnologico.

 

Partendo da questa considerazione, vorrei da qui in poi dedicare questa parte del mio intervento ai problemi del nostro territorio, toccando un tema a me particolarmente caro, quello relativo all’impulso che occorre dare al processo di innovazione del sistema produttivo.

 

 

 

 

A tale proposito, lo scorso 9 luglio abbiamo organizzato un convegno dal titolo “Innovazione tecnologica per lo sviluppo del territorio”, con l’intento di stimolare e di sensibilizzare il dibattito sulla necessità per la nostra Provincia di puntare con energia e decisione ad uno sviluppo economico che sia legato sempre di più alla ricerca ed all’innovazione, intesi  come strumenti imprescindibili di competitività  del sistema produttivo e conseguente miglioramento della vita sociale.

 

Nei giorni scorsi gli uffici dell’Unione si sono attivati per proporre un’idea progettuale che stiamo coltivando da tempo, che consentirebbe, contemporaneamente, di valorizzare un’importantissima area sottratta al territorio senza particolare utilità attuale e di porre le basi per costruire un raccordo tra quanto si sta realizzando a Genova in materia di Innovazione tecnologica (IIT, Distretto Tecnologico,..) e il Parco Scientifico e Tecnologico più grande d’Europa che è Sophia Antipolis.

 

Mi riferisco all’area del “Parco Ferroviario di Ventimiglia” che rappresenterebbe una straordinaria opportunità di riconversione industriale con potenzialità insiediative notevolissime.

 

Nelle adiacenze di quell’area vi sono già le prime avvisaglie di formazione di un polo industriale, che, integrato con le aree ferroviarie, o anche solo con una parte di esse, potrebbe consentire, con una opportuna azione di marketing territoriale, una grande occasione di attrazione di investimenti esterni ed eventualmente anche esteri sul nostro territorio,  in ragione della straordinaria posizione logistica, che potrebbero porre le basi per un significativo  rilancio industriale legato a settori High Tech, con un conseguente elevato impatto professionale ed un  basso impatto ambientale.

 

Lavoriamo insieme tutti per cogliere le opportunità che ci sono.

 

L’anno che ci lasciamo alle spalle, per quanto riguarda l’andamento dell’economia della nostra provincia, non si discosta sostanzialmente dai dati, certamente non esaltanti, che la media nazionale ha registrato.

 

Dividendo, come di consueto, la nostra base associativa nei quattro macrosettori della produzione di beni, della produzione di servizi, delle costruzioni e del turismo, ed avvalendoci dell’indagine sul fatturato svolta ad ogni fine anno fra le aziende associate registriamo, per il 2004 rispetto al 2003, un significativo calo  (circa l’1%) nel fatturato del settore produzione di beni e, per contro, un consistente incremento (circa il 17%) nel settore della produzione di servizi, che tuttavia, in valori assoluti, non compensa la contrazione della crescita economica.

 

Indubbiamente, si tratta di dati da utilizzare con la dovuta cautela, provenendo di un’indagine svolta su di un campione, anche se sufficientemente ampio e significativo, e riguardante un unico dato, quello del fatturato, che comunque da solo non può misurare l’effettivo stato di salute delle nostre aziende, anche se sembra legittimo affermare che, mediamente, il 2004 non è stato per le nostre aziende un anno particolarmente positivo.

 

Per i settori delle costruzioni e del turismo preferisco invece utilizzare dati più peculiari alle specificità degli stessi.

 

Il comparto delle costruzioni – mi riferisco ai dati, particolarmente ampi ed analitici, della Cassa Edile – ha confermato anche nel 2004 il positivo andamento di questi ultimi anni, con un incremento dei lavoratori presenti nel settore di circa l’1,1% minore rispetto all’anno precedente ma comunque segno di consolidamento di un comparto che comunque era già molto cresciuto. Consolidamento evidenziato peraltro dal leggerissimo decremento delle ore lavorate con un – 0,06%, in presenza tuttavia di un leggero aumento della massa salariale erogata. Sul settore che, con l’imminente inizio di grandi opere a carattere prevalentemente infrastrutturale, registrerà un’ulteriore significativa crescita pesa peraltro il problema – di sempre più difficile soluzione – del reperimento di manodopera.

 

Al riguardo è sufficiente registrare che nella nostra provincia la presenza di lavoratori extracomunitari nell’edilizia rappresenta oltre il 32% del totale dei lavoratori denunciati in Cassa Edile.

 

Occorre costruire, soprattutto nei confronti dei giovani, una diversa e positiva visione della categoria e del lavoro nel mondo delle costruzioni.

 

Elemento che mi da grande soddisfazione é l’energica azione che la nostra Sezione edile sta portando avanti nei confronti dei temi della sicurezza e della lotta al sommerso. Troppo spesso le nostre imprese, tendenzialmente più strutturate, sono tenute a garantire standard di sicurezza che altri non tengono nella stessa considerazione.

 

Il risultato è una concorrenza sleale basata su una riduzione di prezzi possibile solo in assenza di investimenti in sicurezza, formazione ed idonee attrezzature, oltre che spesso di elusione delle norme sul lavoro. Tutto ciò è inaccettabile e va fermamente contrastato.

 

Di questo ringrazio anche il Sig. Prefetto per la sensibilità dimostrata attraverso le Sue proficue iniziative che, con autorevolezza, hanno consentito di ottenere importanti risultati, come il recente protocollo sottoscritto da tutti i soggetti che a vario titolo sono interessati dal comparto edile, in materia di sicurezza negli ambienti di lavoro.

 

Un’altra conferma – ma questa volta di segno purtroppo negativo – caratterizza invece l’andamento del settore turistico, i cui dati del 2004 rispetto al 2003 segnalano un decremento sia negli arrivi che nelle presenze, calati rispettivamente del 1,61% e del 5,95%, decremento che riguarda soprattutto gli ospiti stranieri, le cui presenze sono calate del 11,24% rispetto all’anno precedente.

 

I primi dati disponibili dell’anno in corso, riguardanti il primo quadrimestre, rapportati allo stesso periodo del 2004, confermano purtroppo il trend negativo delle presenze nonostante una leggera stabilizzazione degli arrivi dovuti alla domanda interna.

 

Le ragioni di questa situazione non sono più attribuibili solo ad una crisi congiunturale, che pur esiste, ma a difficoltà strutturali del sistema turistico ligure ed imperiese in particolare, difficoltà che se non saranno efficacemente contrastate rischiano di compromettere in modo irreversibile l’intero comparto.

Questo rischia di far venire meno, alla produzione di ricchezza del territorio, il contributo fondamentale  di un settore strategico, anche per le sinergie che sviluppa con tutti gli altri comparti produttivi, pur avendo potenzialità idonee a costituire la punta di diamante dell’economia del nostro territorio.

 

Non dobbiamo tuttavia essere troppo pessimisti, anche se occorre con realismo e pragmatismo affrontare una crisi che diventa sempre più difficile.

Lo scorso anno in questa sala presentammo tre progetti che ritenevamo essere, tra gli altri, strategici per lo sviluppo del territorio.

 

La positiva evoluzione dell’assetto societario della “Porto di Imperia spa” lascia presagire che stiamo finalmente imboccando la strada che porterà alla realizzazione di una opera fondamentale per la città. Il livello di professionalità degli investitori entrati nella compagine societaria contribuisce ad offrire garanzie sulla buona conclusione dell’operazione e sulle potenzialità che questo territorio può ancora esprimere.

 

Anche l’altro progetto presentato relativo al recupero dell’area delle ex ferriere pare stia imboccando la strada dell’intesa tra il soggetto proponente e le Autorità competenti. Da ciò ne deriverà, in una armonica visione complessiva del recupero del fronte mare, un impulso importante allo sviluppo.

 

Anche il terzo progetto presentato lo scorso anno, il P.R.U.S.S.T. della ex ferrovia, ci dà segnali molto positivi. Sono stati appaltati i primi due lotti della pista ciclo pedonale, derivante dal riuso del vecchio sedime, nel tratto San Lorenzo al Mare – Ospedaletti,  peraltro ad imprese nostre associate, cosa che mi dà particolare soddisfazione, che ci auguriamo possa presto diventare una grande infrastruttura turistica per il rilancio del territorio.

 

In ultimo, ho piacere di fare un cenno ad un settore che pur non essendo tradizionalmente assimilabile alle aziende industriali, per importanza, per strutturazione, per livello dei dipendenti e per qualità imprenditoriale e capacità di contribuire alla crescita del territorio è sicuramente strategico per dimensione e rappresentanza. Mi riferisco al comparto florovivaistico ed in particolare alla componente della filiera nota come esportatori floricoli uniti nella Organizzazione ANCEF e con cui, mi auguro a breve, i rapporti di attuale collaborazione con l’Unione possano diventare molto più stringenti ed efficaci.

 

Purtroppo il quadro è segnatamente negativo, l’intera filiera soffre di una situazione le cui origini e le relative responsabilità sono ripartibili in modo ampio, anche tra le nostre fila.

 

Occorre superare vecchie logiche tendenti ad esasperare l’individualismo dell’impresa o peggio ancora dell’imprenditore, per porre in essere politiche aziendali tese a creare momenti aggregativi sempre più forti, al fine ridare slancio alla capacità di competere, prima che sia troppo tardi. Chi all’estero ha saputo sfruttare al meglio le variabili infrastrutturali e dimensionali si è impadronito del mercato. Noi abbiamo ancora un prodotto ed un’immagine invidiabile, interveniamo per invertire questa tendenza per uscire da un circolo vizioso che ha come fine l’uscita dal mercato delle imprese e dei suoi lavoratori.

 

Reagiamo e facciamolo insieme in una vera logica di sistema.

 

Cedo ora con piacere la parola all'amico di antica data Commendator Athos Giribaldi, figura storica non solo per la nostra Associazione ma in quanto attore della vita socio-politica della comunità proprio in quegli anni di rinascita e di forte sviluppo dell'economia del nostro territorio.

 

Con lui condivido, e desidero fortemente che rivivano oggi più che mai nella nostra Associazione, quegli ideali di libertà e di indipendenza che hanno caratterizzato il rifondarsi dell'Unione Industriali di Imperia, e che devono, ed avrebbero sempre dovuto, segnare la via maestra nell'agire di qualunque socio che intenda identificarsi nella nostra Istituzione.

 

Colgo in questo momento l’occasione per ringraziarLo della disinteressata collaborazione professionale che per molti anni ha prestato all’Unione, e per la quale ritengo doveroso porgergli oggi il nostro più sentito riconoscimento.

 

Egli, quale testimone diretto di quei tempi, dedicherà un breve pensiero in ricordo di alcuni dei personaggi che più significativamente li hanno caratterizzati.