| Relazione del Presidente Alberto Alberti | |
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“60°ANNIVERSARIO
DELLA FONDAZIONE
DELL’UNIONE
INDUSTRIALI DELLA
PROVINCIA
DI IMPERIA”
Signor Ministro, Autorità,
Colleghi, Signore e Signori,
L’economia italiana attraversa
la stagione più difficile dal dopoguerra: non solo per la lunga catena di dati
negativi, ma soprattutto perché sembrano smarriti lo spirito e la tensione
collettiva degli anni migliori e spesso perfino le basi della convivenza
civile.
Confindustria da tempo lancia
gridi di allarme, anche se non tutti, nonostante l’evidenza, hanno colto a
pieno le difficoltà che attraversa il sistema economico del Paese, anche tra coloro che hanno rivestito e
rivestono ruoli di grande responsabilità.
Gli imprenditori vivono un
momento amaro, sono consapevoli del loro ruolo ma anche delle loro responsabilità.
Non intendono attardarsi in uno sterile lamento di fronte alle difficoltà che
stiamo vivendo.
Ora è indispensabile che tutti
facciano altrettanto. Servono scelte urgenti, coraggiose, probabilmente
impopolari ma che sappiano fronteggiare l’emergenza senza perdere di vista la
costruzione del futuro. Dobbiamo in ogni modo evitare che l’Italia resti
schiacciata dal presente. I problemi di oggi vanno affrontati individuando gli
obiettivi per il domani.
Schiacciati dal presente,
divisi sul passato, rischiamo di prestare poca attenzione al nostro futuro.
Serve uno sforzo di visione.
Serve una capacità di leggere i fenomeni per costruire il domani. Serve una
volontà di emergere dal quotidiano: non per sfuggirlo, ma per poterlo
affrontare meglio, con una mappa che indichi una strada.
Sta qui il senso di una
politica alta, che abbia un progetto per il domani e che sia vicina ai veri
problemi delle persone.
Lontana è da noi l’idea che
debba esserci qualcuno o un centro che programmi e diriga le azioni dei
singoli. Ma il nostro futuro è anche il prodotto di ciò che la classe dirigente
saprà far emergere oggi. E arrivata l’ora delle grandi scelte.
Dobbiamo rimettere in funzione
i meccanismi di selezione, con due parole chiave: la trasparenza e soprattutto
la meritocrazia.
La meritocrazia è un valore di
cui abbiamo estremamente bisogno, nelle imprese come nella società, nei servizi
come nella pubblica amministrazione, nella scuola come nelle università.
Ed è bene che questo valore sia
trasmesso ai più giovani.
Questo non significa
danneggiare i più deboli, che vanno tutelati, ma creare le condizioni per fare
avanzare i migliori affinché siano protagonisti negli scenari del futuro.
Noi vogliamo essere costruttori del futuro.
Quale sarà, nei prossimi dieci
anni, la struttura economica del mondo e quale la posizione dell’Europa e
dell’Italia? Il futuro è aperto, ma certe tendenze si leggono già oggi.
Il baricentro economico
mondiale si sta spostando. Alla metà di questo secolo, Russia, India, Cina e
Brasile saranno la più imponente forza economica mondiale. Produrranno una
ricchezza pari a quella attuale dei sei paesi più sviluppati. Nel 2050 solo
Giappone e Stati Uniti resteranno tra i primi sei paesi al mondo nella
classifica stilata in base al prodotto nazionale lordo. Regno Unito, Germania,
Francia e Italia si collocheranno tra il settimo e il decimo posto.
Ai nostri livelli di
produttività basterebbero 500 milioni di cinesi per generare l’intero PIL
mondiale di oggi. Si dimentica però che con la dimensione attuale del PIL metà
della popolazione del pianeta vive con meno di 2 dollari al giorno.
C’è uno spazio enorme di
bisogni da coprire e la sfida è dimostrare concretamente che lo sviluppo può
andare di pari passo, nell’economia globale, con la giustizia e la dignità
umana.
C’è posto per tutti sul
pianeta. Il problema, allora, è quello di gestire la transizione. È un processo che va governato e per questo
servono Istituzioni sopranazionali forti e capaci. E serve un’Europa vera, che
funzioni, perché solo l’Europa avrà, in questo mondo futuro, una dimensione che
potrà competere con gli altri giganti economici.
Per questo è importante
interrogarci su come sarà l’Europa tra dieci anni.
Io non sono pessimista. Non
vedo un declino inesorabile del Vecchio Continente. Lo temo, solo se
prevarranno le logiche nazionalistiche e di conservazione. Lo escludo, se
sapremo mantenere alti gli obiettivi e forte la volontà di farcela.
L’Europa non sarà né una
nazione centralizzata, né uno Stato Federale nel senso classico del termine.
Sarà una nuova entità sopranazionale, la cui costruzione richiederà tempo, ma
il cui risultato sarà copiato dal resto del mondo. Tutti sappiamo che in un
mondo globale lo spazio per le singole nazioni si restringe.
Dobbiamo andare avanti. La
strada è tracciata: 25 nazioni, con lingue, culture, abitudini, religioni
differenti si stanno mettendo insieme e sostituiscono le leggi agli eserciti
per risolvere le loro questioni.
Noi stiamo realizzando un
sogno, un’utopia: la costruzione di una nuova istituzione politica fondata non
sull’unità di eguali, ma sul rispetto della diversità delle genti e della loro
autonomia.
I giovani che sembrano
disinteressarsi dell’Europa sono molto più europei di quanto possa sembrare.
Per loro l’Europa c’è già: nella loro vita quotidiana, nei loro affetti, nelle
loro ambizioni di studio e di lavoro, nelle loro mete di vacanza, nella loro
cultura e nei momenti di svago.
Noi sappiamo che non è la spesa
pubblica a far crescere l’economia, così come sappiamo che non può essere lo
Stato il motore dello sviluppo. Gli stessi Stati Uniti sono cresciuti molto di
più negli anni Novanta, quando avevano un bilancio pubblico in avanzo,
piuttosto che in questi anni in cui hanno generato squilibri di finanza
pubblica che peseranno negativamente sulle economie di tutto il mondo. E in
Europa i paesi che crescono di più sono quelli che hanno le finanze pubbliche
in ordine.
Se continuiamo a dire che è
l’Europa la causa dei nostri mali, distruggiamo l’Europa e aggraviamo i nostri
mali. L’Italia, per crescere, ha bisogno dell’Europa. E deve crederci.
L’Italia deve battersi affinché
le risorse del bilancio europeo siano destinate all’innovazione, alla ricerca,
ai grandi progetti infrastrutturali: ossia le cose che renderanno competitiva
l’Europa dei prossimi dieci anni, non quelle che difendono gli interessi e gli
assetti del passato.
L’agenda di Lisbona non deve
rimanere né uno slogan né una chimera.
Le iniziative dell’Unione
Europea in tema di competitività e la conferma della politica di coesione
economica e sociale sono fondamentali per l’Italia.
È questo un terreno dove il
governo, ma non solo, deve dare una prova concreta di influenza sulle decisioni
europee.
In ogni caso, l’Italia deve
contare di più in Europa: e anche questa è una responsabilità soprattutto
nostra.
Va costruita una classe di
funzionari che sappiano stare indifferentemente in Italia e nel mondo. Che
siano autorevoli e portino la nostra cultura negli organismi internazionali.
Perché l’Europa cresca e
produca ricchezza, è necessario che il principio della libera concorrenza trovi
piena attuazione.
La concorrenza non deve essere
né un mito né una religione. Ma il modo per dare a tutti maggiori opportunità e
per far emergere i migliori. Se sapremo far emergere i migliori, allora saremo
competitivi.
Dico questo anche adesso, in
presenza di diffuse e comprensibili paure che derivano dall’esplodere della
concorrenza cinese nel mondo. Ma la paura è sempre una cattiva consigliera.
Invece dobbiamo reagire. Siamo convinti che debbano essere messe in pratica
tutte le azioni necessarie in casi di crisi settoriale e a fronte di
concorrenza sleale.
Vedo con preoccupazione la
strisciante invadenza dello Stato nell’economia attraverso l’attivismo di nuovi
soggetti che richiamano alla mente vecchie logiche da partecipazioni statali.
Concorrenza e mercato
significano rispetto delle regole e autorevolezza delle Istituzioni. Una
autorevolezza che, purtroppo, ho visto ridursi in queste settimane, a causa di
una esasperata conflittualità tra gli attori principali del governo
dell’economia.
Occorre distinguere
rigorosamente il destino personale di chi ha responsabilità di altissimo
livello istituzionale da quello delle Istituzioni che essi rappresentano, che
deve essere assolutamente tutelato. Pena la perdita di credibilità delle stesse
che per il Paese è inaccettabile.
Dopo le crisi finanziarie di
alcune aziende italiane, nell’ormai lontano 2003, non siamo ancora riusciti a
varare una buona legislazione sul risparmio. E questo è molto grave, ma anche
significativo.
Abbiamo assistito negli ultimi
mesi ad una malintesa battaglia per l’italianità delle banche, fatta di
dichiarazioni intempestive da parte di politici italiani e non solo italiani,
in occasione delle offerte pubbliche di acquisto su due banche nazionali.
Ne sono seguiti incontri più o
meno riservati presso le autorità, manovre incrociate, emersione di nuovi
soggetti e di capitali misteriosi, rastrellamenti di azioni sul mercato,
scalate clandestine, sospetti e accuse di insider trading, denunce di azioni di
concerto, interventi della magistratura. Niente di più lontano da produzione e
lavoro.
Non è stato un bello
spettacolo. Non ci abbiamo guadagnato nulla.
I fatti di queste settimane ci
dicono che sono necessarie le regole e le autorità capaci di farle rispettare.
Con il rispetto delle regole cresce la cultura della concorrenza. Con autorità
professionali e indipendenti si garantisce la correttezza del mercato.
Occorre far crescere la
concorrenza nel nostro Paese. Sui mercati dei beni, dove già è forte da anni,
ma dove è necessario vegliare sulle pratiche distorsive. Sul mercato dei
servizi pubblici e in concessione, dove è più difficile, ma dove occorre
investire per avere minori prezzi e qualità del servizio elevata. Non possiamo
pagare l’energia più che negli altri paesi europei.
La concorrenza è un mezzo per
migliorare il Paese, attraverso un processo meritocratico che deve cominciare
dalla scuola e dall’università.
Abbiamo bisogno di un sistema
scolastico - per il quale, si sta finalmente lavorando - che recuperi
rapidamente i ritardi accumulati nei confronti di altri paesi occidentali. E
sia capace di accrescere efficacemente il nostro patrimonio di istruzione e
intelligenze. Questo sistema
deve valutare e premiare gli studenti e i professori più validi.
Un Paese dove
l’istruzione e la preparazione siano più diffuse e continue lungo l’arco della
vita professionale, e dove la selezione dei migliori sia una regola sin dalla scuola,
è un Paese che non teme la concorrenza. Anzi, che fa della concorrenza la via
per migliorare continuamente.
Vale nella scuola quello che
deve valere nelle nostre imprese. Anche i nostri centri di eccellenza
universitaria devono fare un grande sforzo verso l’internazionalizzazione. Un
sistema che sa promuovere e selezionare non lascia indietro nessuno, perché
crea gli spazi dove tutti possono trovare la loro collocazione.
Queste riforme devono vedere
l’impegno congiunto di tutti i soggetti vitali del Paese. E di tutti i soggetti
istituzionali coinvolti, a cominciare dalle regioni. Il progetto deve essere
fortemente integrato da ammortizzatori sociali moderni: un sistema di indennità
di disoccupazione combinato a processi di formazione che devono accompagnare i
lavoratori lungo tutto l’arco della vita professionale.
Sarà la concorrenza a
ridisegnare la struttura produttiva del nostro Paese e a creare nuove
opportunità di lavoro e di impresa.
Non possiamo decidere a
tavolino quali settori e quali prodotti domineranno il mercato tra dieci anni.
Ma sappiamo che, se l’Italia sarà più istruita e più preparata, se avrà
investito in centri di ricerca e avviato progetti per migliorare il nostro
territorio e la vita di tutti i giorni, allora sarà anche presente nei nuovi
settori.
L’Italia che verrà sarà
popolata da un numero di immigrati superiore all’attuale, perché i maggiori
arrivi si sommeranno al calo demografico della nostra popolazione.
Abbiamo bisogno di integrare
queste popolazioni e non possiamo aspettare che i nuovi problemi sorgano per
affrontarli. Sarebbe troppo tardi. La seconda generazione di immigrati porrà
problemi diversi e forse maggiori della prima, perché costituita da persone
nate sul nostro territorio, che vorranno giustamente avere tutti i diritti e
che non si accontenteranno solo dei posti di lavoro rifiutati dagli italiani.
L’integrazione di domani si
prepara oggi.
Dobbiamo aumentare la nostra
capacità di adattamento al futuro. E noi sappiamo già da ora quale è il settore
che più deve adattarsi. E’ quello dei servizi.
I servizi sono i due terzi del
PIL. Rappresentano oggi un costo per le altre imprese, mentre in realtà
potrebbero essere un traino. La concorrenza nei servizi è bassa in Italia e in
Europa.
Aver fatto fallire la direttiva
sulla liberalizzazione dei servizi, evento passato quasi inosservato nel nostro
Paese, rappresenta purtroppo un grave errore.
Parliamo di mercato interno
europeo come se fosse già compiuto e non ci rendiamo conto che abbiamo
liberalizzato solo il commercio dei beni, che rappresenta meno di un terzo del
PIL.
Non ci sarà un vero mercato
interno senza la liberalizzazione dei servizi. E senza questo mercato sarà
difficile crescere.
Gli Stati Uniti crescono più
dell’Europa perché cresce la loro domanda interna. E questo perché i servizi
sono liberi. I servizi hanno un forte contenuto di manodopera locale e un
elevato consumo di beni industriali moderni. Basti pensare alla sanità, che
consuma prodotti ad alta tecnologia. Ma lo stesso vale per le telecomunicazioni,
il turismo, lo spettacolo, i trasporti, l’educazione.
Il consumatore moderno compra
beni industriali attraverso l’uso dei servizi. Se i servizi non sono
liberalizzati, non cresce la domanda dei consumatori, non cresce la domanda di
beni industriali, non crescono la ricerca e l’innovazione che sono implicite
nei servizi moderni, organizzati ormai come vere imprese di natura industriale.
La visione del futuro del
nostro Paese deve comprendere una cura del territorio che è un’importante risorsa
ma anche una grande opportunità imprenditoriale.
Modernizzare le nostre città,
ricostruire le nostre periferie, valorizzare il nostro patrimonio artistico,
dotarsi di una rete di comunicazioni e di trasporti adeguati alla domanda di
mobilità, gestire con un minimo di efficienza la raccolta e la distribuzione
dell’acqua: sono tutti obiettivi che possono far crescere nuovi imprenditori,
nuove aziende, nuove professionalità e nuovi servizi.
La domanda di moderne
infrastrutture è oggi ineludibile. Basta guardare all’esperienza della Spagna
che ha saputo utilizzare al meglio i fondi europei, facendo delle
infrastrutture un motore dello sviluppo. Ne dovrà derivare un potenziamento
dell’offerta di logistica, necessaria per un Paese che resta manifatturiero ma
che non potrà avere sul territorio tutte le fasi delle produzioni.
Il traffico di merci
Europa-Asia via Suez ha già superato quello Europa-USA. In quanto terminale
naturale di questi flussi l’Italia, ed in particolare la Liguria, può
assicurarsi valore aggiunto logistico e attività di perfezionamento delle
merci.
Ma l’offerta di logistica
implica anche investimenti nell’intermodalità, a cominciare dai porti. E poi
innovazione organizzativa e tecnologica affinché si trasformi da onere per le
imprese in valore aggiunto per tutti. Ciò sarà molto importante per l’impatto
sui costi di trasporto, oggi troppo alti, e per il turismo.
Serve un grande progetto per il
turismo, per farlo uscire dalla crisi in cui si dibatte e per farne un vero
protagonista dello sviluppo nei prossimi anni, un protagonista a dimensione
industriale.
Natura, stile di vita e opere
d’arte non bastano più. Senza una promozione coordinata ed efficace del
“marchio Italia”, senza prezzi concorrenziali e qualità del servizio, senza imprenditorialità
siamo destinati a perdere altre posizioni.
Non è solo il recente sorpasso
della Cina in termini di presenze che ci preoccupa, ma il fatto che dal 2000
perdiamo turisti mentre aumentano negli altri paesi europei.
Il turismo è una delle più
grandi sfide che abbiamo davanti. Non è l’unica. Ma tutte le occasioni si
coglieranno meglio con un sistema finanziario adeguato.
Le banche italiane hanno fatto
grandi passi sulla strada della modernizzazione. Nessuno di noi dimentica da
dove sono partite, solo pochi anni fa. Ma il processo di crescita attraverso
fusioni e concentrazioni si è fermato. La via della crescita non è mai finita
per nessuna impresa, a maggior ragione per le banche, che debbono riprendere
quel processo che si è interrotto.
Le banche sono imprese per le
imprese. E noi vogliamo banche italiane più grandi e più forti, proprio come
vogliamo industrie più grandi e più forti. Non c’è differenza. Ma anche nel
mondo del credito la concorrenza deve diventare protagonista.
Il nostro mercato finanziario
si sta aprendo alla concorrenza estera. Questo è un bene. Auspichiamo che
avvenga lo stesso negli altri paesi e che le nostre banche siano protagoniste
in Europa e nel mondo.
Questo processo di
modernizzazione del sistema bancario tuttavia non sempre si ripercuote in modo
efficiente sul sistema delle imprese. Troppi ancora sono i differenziali di
efficienza che ci differenziano dagli altri sistemi finanziari occidentali.
Dietro grandi proclami di
modernizzazione, in cui si sostiene che le banche sono sempre più aziende di
servizi che devono agire in partnership con le imprese, per uno sviluppo legato
alla capacità di esprimere progettualità, si cela spesso una realtà fatta
ancora di sistemi di concessione del credito, esclusivamente e fortemente
ancorati alle vecchie logiche del sistema delle garanzie.
Il processo di riforma che il
sistema sta vivendo meglio noto come adeguamento alle nuove regole di Basilea
2, può costituire una grande opportunità per il Paese, a patto che non sia fatto
ricadere esclusivamente sui soggetti deboli del sistema ossia sulle spalle
delle piccole imprese che già vivono una fase di contrazione economica e non
possono tollerare un ulteriore incremento dei costi o peggio ancora una
difficoltà di accesso al credito solo perché si è deciso di informatizzare il
sistema di valutazione con valutazioni esclusivamente quantitative e non
tenendo nel giusto conto valutazioni di ordine qualitativo e personale che per
le realtà imprenditoriali di minori dimensioni sono invece determinanti.
Chiediamo in questo senso un
intervento immediato a chi ne ha la responsabilità, affinché questo processo di
modernizzazione importante non diventi un momento di forte penalizzazione del
sistema delle piccole e medie imprese.
L’Italia sarà sempre il Paese
delle piccole imprese, ma le piccole imprese dovranno essere più grandi e
organizzate di quelle del passato. Questo non può essere un processo lasciato
solo all’iniziativa generosa dei singoli.
A questo fine devono anche
essere ridisegnati il fisco italiano e la macchina amministrativa.
Diamo atto che molto è stato
fatto ma molto ancora rimane da fare.
Il fisco non è solo pesante, ma
è anche mal distribuito. Premia più le importazioni che il lavoro nazionale.
Premia, soprattutto, più la rendita che la produzione.
Mi rendo conto che sono temi
delicati e non penso che possano essere risolti con un colpo di bacchetta. Ma
credo sia necessario affrontarli e fare di essi un tema della nostra politica
industriale.
Si deve ridurre il cuneo
fiscale e spostare parte del carico dal costo del lavoro nazionale alle imposte
indirette, che pesano in eguale maniera sulla produzione interna e su quella
importata.
Questa operazione può prendere
il via sin da ora. E ormai chiaro a tutti che va abolita l’IRAP che grava solo
sul lavoro italiano e sul capitale investito nel nostro territorio. Non solo
perché ce lo chiede l’Europa.
Togliere l’IRAP sul lavoro è
urgente per far recuperare competitività.
Questa operazione va fatta
senza pregiudicare i conti dello Stato. Non sta a noi indicare dove tagliare la
spesa pubblica per trovare le risorse necessarie alla competitività. Ma certo
sappiamo che lo spazio esiste.
Non vogliamo pagare con più
deficit quella tassa che comunque deve essere rimossa.
Il nostro Paese ha tanto
capitale disponibile e troppe aziende sottocapitalizzate. Stiamo diventando il
Paese della rendita. In Italia il rapporto tra patrimonio (immobiliare e
finanziario) e PIL è pari a otto volte! Il maggior rapporto tra i paesi industriali.
La Francia sta dietro di noi e così gli USA. In questa situazione, il valore
annuale della rendita si avvicina paurosamente a quello del reddito da lavoro.
Vuol dire che stiamo usando
male le nostre risorse. Ma soprattutto mi preoccupa l’insegnamento che da
questa cultura della rendita viene ai nostri giovani.
Il Paese da tempo non cresce.
Il Paese arretra in modo preoccupante in una fase di slancio dell’economia e
del commercio mondiale. C’è sfiducia. C’è una sorta di rassegnazione e perfino
noi imprenditori sembriamo talvolta smarrire il nostro ottimismo.
Bisogna rivalutare la capacità di produrre
ricchezza e la componente rappresentata dal lavoro. Ma la rivalutazione non può
essere solo una questione di contrattazione sindacale, come invece sta
avvenendo.
Sia chiaro. Noi imprenditori siamo consapevoli
delle difficoltà di molti lavoratori, ma anche delle difficoltà delle aziende.
Dobbiamo contribuire assieme a fare crescere la
competitività delle nostre imprese e a posizionarle su quei segmenti di mercato
che consentano profitti e un’adeguata remunerazione del lavoro. Altrimenti, i
maggiori salari sarebbero solo l’anticipo di futuri licenziamenti!
Scusate la brutalità delle espressioni. Ma occorre
parlare chiaro. Noi di questo siamo stati sempre convinti. E su questa
convinzione abbiamo basato la scelta del dialogo e del confronto. Devo però
dire con rammarico che al di là delle buone intenzioni un anno è trascorso
senza risultati concreti.
Serve uno scatto condiviso e adeguato alle difficoltà
della situazione. Senza dimenticare che il fattore tempo è determinante.
Auspichiamo che il sindacato ritrovi una linea
unitaria e realistica in materia di relazioni industriali per evitare che si
interrompa il dialogo con Confindustria. L’esperienza di questi mesi ci dice
che per andare avanti nel confronto c’è assoluto bisogno di più visione comune
da parte delle confederazioni sindacali.
Mentre noi lasciamo passare i mesi in discussioni
estenuanti e senza conclusioni, la situazione del nostro sistema produttivo si
deteriora. Anche perché nei paesi nostri concorrenti - e non penso solo alla
Germania – le aziende e i sindacati stanno adottando terapie assai incisive.
Vorrei dire a tutti, anche agli amici del
sindacato, che nell’economia globale le politiche del continuo rinvio non hanno
senso.
E’ arrivato il momento di rifondare le relazioni
sindacali per sviluppare in maniera moderna il valore dell’impresa e del
lavoro. Serve un modello di rapporti adeguato ai tempi per dare prospettive
concrete al fatto che capitale e lavoro hanno oggi il grande interesse
coincidente di guardare avanti.
Noi di questo siamo stati sempre convinti. E su
questa convinzione abbiamo basato la scelta del dialogo e del confronto. Devo
però dire con rammarico che, al di là delle buone intenzioni, un anno è
trascorso senza risultati concreti.
Essere tornati a parlarci nell’ultimo anno, ha
creato un clima migliore, che deve però servire a costruire un modello di
relazioni davvero collaborativo, nell’interesse di tutti. E certo non vanno in
questa direzione piattaforme rivendicative al di fuori di ogni compatibilità e
che pretendono di stravolgere unilateralmente le regole del gioco.
Noi imprenditori stiamo comunque lavorando
intensamente, cercando di fare la nostra parte. Malgrado tutti gli sforzi è
risultato finora impossibile qualsiasi accordo.
Confindustria pochi giorni fa, il 22 settembre
scorso, ha preparato un documento sui temi delle relazioni industriali che
riteniamo importante e innovativo e che può rappresentare una importante base
di discussione.
Il titolo è eloquente “Relazioni industriali per una maggiore competitività delle imprese, lo
sviluppo dell’occupazione e la crescita del Paese”.
Chiediamo un confronto di merito e spirito
costruttivo. Perché la sfida è veramente impegnativa e i tempi sono
strettissimi.
Vorrei citare solo due dati
impressionanti. Negli ultimi cinque anni, dal 2000 al 2004, la produttività è
aumentata in Germania del 10%, in Francia del 12%, in Italia è diminuita di
quasi un punto e mezzo. Negli stessi anni, il costo del lavoro per unità di
prodotto in Francia e Germania è diminuito, in Italia è aumentato di oltre il
12%.
Così non si può continuare.
Senza scelte immediate e coraggiose il divario tende ad allargarsi. L’OCSE già
prevede per il 2005 un incremento del costo del lavoro del 3,9% in Italia
contro l’1,3% in Francia e addirittura una riduzione in Germania.
Il cuneo fiscale e contributivo
- cioè la differenza fra il costo per l’impresa e la retribuzione netta - è in
Italia fra i più alti del mondo. Con l’IRAP che grava sul costo del lavoro, per
ogni 100 euro di salario netto, il costo per una nostra impresa è pari a 193.
Più della Francia, molto di più dei 159 della Spagna e dei 145 del Regno Unito.
Sia chiaro, gli imprenditori
non chiedono minori tasse per fare maggiori profitti, ma per essere più
competitivi, per investire di più in apparati produttivi sempre più adeguati
alla esigenze del mercato oltre che in ricerca e sviluppo, per costruire il
lavoro e il successo di domani.
E chiedono meno fardelli
sull’impresa per non dover continuare a guidare una macchina con una mano sola,
in condizioni di inferiorità rispetto ai concorrenti.
Sulle imprese italiane pesano
vincoli, gravami e oneri impropri che non hanno eguali nel mondo industriale.
Un Paese come il nostro con
tasse elevate e servizi pubblici di bassa qualità favorisce solo chi è al
riparo dalla concorrenza, trasferendo la ricchezza dai settori esposti alla
competizione a quelli protetti. Cresce la rendita o il profitto di chi vive
fuori del mercato, a spese dei cittadini che pagano tariffe più elevate.
Sappiamo che i problemi delle
imprese sono sempre più gli stessi, a prescindere dalle dimensioni e dal
settore.
Possiamo fare molto, avviando
le infrastrutture che mancano e investendo nella qualità delle Amministrazioni.
Puntando, anche per attrarre investimenti, sulla fiscalità di vantaggio e su
strumenti automatici, senza intermediazione politica o amministrativa.
Potenziando un turismo integrato con la cultura, l’industria, le comunicazioni,
le università.
Da Confindustria viene un
appello forte a intensificare con tutti gli strumenti la lotta all’evasione
fiscale e al sommerso. Non è solo una doverosa battaglia di civiltà, ma lo
strumento per una società più giusta e un’economia più competitiva. Le tasse si
pagano, come fanno le imprese, e si devono far pagare. È un principio fuori
discussione, ma anche la strada fondamentale per ridurre la pressione fiscale e
quindi il costo del lavoro.
In Italia il tasso regolare di
occupazione è il più basso d’Europa. Un numero troppo esiguo di persone
contribuisce alla produzione di vera ricchezza. Nello stesso tempo abbiamo una
dimensione abnorme dell’economia sommersa, soprattutto nel Mezzogiorno, che
alcune stime collocano intorno al 25% del prodotto interno lordo.
Si tratta di un fenomeno
gravissimo, di una vera emergenza nazionale, nei cui confronti non è più
tollerabile alcuna indulgenza.
Ne risulterebbe un mercato del
lavoro più equo e coeso e si aprirebbero spazi importanti per abbassare
aliquote contributive e fiscali oggi non più sostenibili.
Occorre ritrovare il senso
dello Stato e delle Istituzioni.
Confindustria crede fermamente
nel ruolo delle Istituzioni e sa che senza Istituzioni credibili e professionalmente
organizzate non è possibile avere un vero libero mercato e un Paese civile.
Possiamo e dobbiamo
delegificare, perché tanti atti della nostra vita non necessitano
dell’invasione della legge. Nessuno oggi è in grado di sapere quante sono le
leggi vigenti in Italia. Un dato è certo. Abbiamo un numero di norme
clamorosamente superiore agli altri paesi europei.
Vedo con preoccupazione governi
ed enti locali vantarsi di aver varato tante leggi: quasi che il fare leggi
significhi automaticamente amministrare bene un Paese!
Una volta per tutte, si deve
semplificare l’amministrazione pubblica. E un problema strutturale che, da
troppi anni, condiziona massicciamente la competitività del nostro Paese.
Ci vuole una sana
amministrazione che costruisca su quello che esiste e che dia il senso della
stabilità e della continuità. Anche così si legittima un sistema bipolare. E
bisogna superare questa mania di spezzettare il Paese e di creare nuove e
pesanti Amministrazioni con la pretesa di avvicinarsi al cittadino.
Soprattutto in momenti
difficili come questi, le imprese si sentono parte integrante di questo Paese:
sono cittadine dell’Italia, nel senso che contribuiscono alla sua crescita
economica e civile.
Non voglio qui rivendicarne
meriti e risultati, che sono evidenti a tutti. Voglio invece sottolineare la
nostra volontà di partecipare, attivamente e senza invasioni di campo, alla
costruzione di un progetto Paese, oggi più che mai necessario. E’ un ruolo che
ci siamo conquistati nel tempo.
L’Italia ha sempre avuto nella
capacità di stare sui mercati esteri il suo punto di forza. E anche qui le cose
non vanno bene. Negli ultimi dieci anni la quota di mercato a prezzi costanti
delle esportazioni italiane su quelle mondiali si è ridotta di un punto (dal
4,8 al 3,8%), mentre Francia e Germania hanno rispettivamente mantenuto e
aumentato il loro peso, pur avendo l’euro come noi.
E come sappiamo, altrettanto
preoccupante è la capacità sempre minore di attrarre investimenti stranieri in
Italia. Un problema che chiama in causa fattori strutturali diversi, tutti
riconducibili all’efficienza e alla competitività del nostro sistema Paese:
dalle infrastrutture al costo del lavoro, dai tempi della giustizia civile al
carico fiscale, normativo e burocratico che non ha eguali nel mondo
occidentale.
Le imprese italiane vogliono
rispondere alle sfide internazionali con la loro capacità di innovazione.
La ricerca e l’innovazione sono
la molla del progresso. Sono anche grande fonte di rischio. Ma la capacità di
rischiare è l’elemento che caratterizza il vero imprenditore.
Se non c’è rischio non c’è
neppure innovazione.
Abbiamo in Italia un tasso
tecnologico troppo basso. Abbiamo bisogno di aumentare il contenuto tecnologico
e di innovazione dei nostri prodotti così da essere meno esposti
all’imitazione, alla contraffazione, alla pura competizione sui prezzi.
E’ un compito nel quale le
nostre piccole e medie imprese non possono essere lasciate sole. Per questo si
deve incentivare la cooperazione tra università, impresa e strutture pubbliche
in modo da realizzare veri e propri parchi tecnologici di ricerca industriale.
Parlo di realtà che possono costituire l’autentico strumento di innovazione e
di evoluzione del sistema industriale.
E’ bene su questo dire le cose
come stanno. L’industria è la colonna portante della nostra economia, ma per
troppo tempo è stata trascurata, quasi dimenticata, se non addirittura
contrastata.
E oggi se ne pagano le conseguenze.
Di recente notiamo una
inversione di tendenza e questo mi rende particolarmente orgoglioso perché
coincide con l’assunzione della responsabilità del Ministero delle Attività
Produttive del nostro illustre concittadino e stimato amico On. Claudio Scajola
che, con il suo piano di recente proposizione, ha saputo riportare al centro
del dibattito politico, con sicura efficacia e diffuso apprezzamento, alcuni
strumenti di politica industriale.
Ci auguriamo, Sig. Ministro,
che il poco tempo che la legislatura Ti consentirà di utilizzare per gli
obiettivi che Ti sei posto sia sufficiente per coglierli, anche se è forte in
me la speranza di porterTi riavere qui tra noi l’anno venturo nella stessa
veste.
Lavoriamo insieme per rimettere l’industria al centro, per dare slancio
a un “nuovo manifatturiero” più globale, più specializzato, più tecnologico.
Partendo da
questa considerazione, vorrei da qui in poi dedicare questa parte del mio
intervento ai problemi del nostro territorio, toccando un tema a me
particolarmente caro, quello relativo all’impulso che occorre dare al processo
di innovazione del sistema produttivo.
A tale
proposito, lo scorso 9 luglio abbiamo organizzato un convegno dal titolo “Innovazione tecnologica per lo sviluppo
del territorio”, con l’intento di stimolare e di sensibilizzare il dibattito
sulla necessità per la nostra Provincia di puntare con energia e decisione ad
uno sviluppo economico che sia legato sempre di più alla ricerca ed
all’innovazione, intesi come strumenti
imprescindibili di competitività del
sistema produttivo e conseguente miglioramento della vita sociale.
Nei giorni
scorsi gli uffici dell’Unione si sono attivati per proporre un’idea progettuale
che stiamo coltivando da tempo, che consentirebbe, contemporaneamente, di
valorizzare un’importantissima area sottratta al territorio senza particolare
utilità attuale e di porre le basi per costruire un raccordo tra quanto si sta
realizzando a Genova in materia di Innovazione tecnologica (IIT, Distretto
Tecnologico,..) e il Parco Scientifico e
Tecnologico più grande d’Europa che è Sophia Antipolis.
Mi riferisco
all’area del “Parco Ferroviario di
Ventimiglia” che rappresenterebbe una straordinaria opportunità di
riconversione industriale con potenzialità insiediative notevolissime.
Nelle
adiacenze di quell’area vi sono già le prime avvisaglie di formazione di un
polo industriale, che, integrato con le aree ferroviarie, o anche solo con una
parte di esse, potrebbe consentire, con una opportuna azione di marketing
territoriale, una grande occasione di attrazione di investimenti esterni ed
eventualmente anche esteri sul nostro territorio, in ragione della straordinaria posizione
logistica, che potrebbero porre le basi per un significativo rilancio industriale legato a settori High Tech, con un conseguente elevato
impatto professionale ed un basso
impatto ambientale.
Lavoriamo
insieme tutti per cogliere le opportunità che ci sono.
L’anno che ci
lasciamo alle spalle, per quanto riguarda l’andamento dell’economia della
nostra provincia, non si discosta sostanzialmente dai dati, certamente non
esaltanti, che la media nazionale ha registrato.
Dividendo,
come di consueto, la nostra base associativa nei quattro macrosettori della
produzione di beni, della produzione di servizi, delle costruzioni e del
turismo, ed avvalendoci dell’indagine sul fatturato svolta ad ogni fine anno
fra le aziende associate registriamo, per il 2004 rispetto al 2003, un
significativo calo (circa l’1%) nel
fatturato del settore produzione di beni e, per contro, un consistente
incremento (circa il 17%) nel settore della produzione di servizi, che
tuttavia, in valori assoluti, non compensa la contrazione della crescita
economica.
Indubbiamente,
si tratta di dati da utilizzare con la dovuta cautela, provenendo di
un’indagine svolta su di un campione, anche se sufficientemente ampio e
significativo, e riguardante un unico dato, quello del fatturato, che comunque
da solo non può misurare l’effettivo stato di salute delle nostre aziende,
anche se sembra legittimo affermare che, mediamente, il 2004 non è stato per le
nostre aziende un anno particolarmente positivo.
Per i settori
delle costruzioni e del turismo preferisco invece utilizzare dati più peculiari
alle specificità degli stessi.
Il comparto
delle costruzioni – mi riferisco ai dati, particolarmente ampi ed analitici,
della Cassa Edile – ha confermato anche nel 2004 il positivo andamento di
questi ultimi anni, con un incremento dei lavoratori presenti nel settore di
circa l’1,1% minore rispetto all’anno precedente ma comunque segno di
consolidamento di un comparto che comunque era già molto cresciuto.
Consolidamento evidenziato peraltro dal leggerissimo decremento delle ore
lavorate con un – 0,06%, in presenza tuttavia di un leggero aumento della massa
salariale erogata. Sul settore che, con l’imminente inizio di grandi opere a
carattere prevalentemente infrastrutturale, registrerà un’ulteriore
significativa crescita pesa peraltro il problema – di sempre più difficile
soluzione – del reperimento di manodopera.
Al riguardo è
sufficiente registrare che nella nostra provincia la presenza di lavoratori
extracomunitari nell’edilizia rappresenta oltre il 32% del totale dei
lavoratori denunciati in Cassa Edile.
Occorre
costruire, soprattutto nei confronti dei giovani, una diversa e positiva
visione della categoria e del lavoro nel mondo delle costruzioni.
Elemento che
mi da grande soddisfazione é l’energica azione che la nostra Sezione edile sta
portando avanti nei confronti dei temi della sicurezza e della lotta al
sommerso. Troppo spesso le nostre imprese, tendenzialmente più strutturate,
sono tenute a garantire standard di sicurezza che altri non tengono nella
stessa considerazione.
Il risultato è
una concorrenza sleale basata su una riduzione di prezzi possibile solo in
assenza di investimenti in sicurezza, formazione ed idonee attrezzature, oltre
che spesso di elusione delle norme sul lavoro. Tutto ciò è inaccettabile e va
fermamente contrastato.
Di questo
ringrazio anche il Sig. Prefetto per la sensibilità dimostrata attraverso le
Sue proficue iniziative che, con autorevolezza, hanno consentito di ottenere
importanti risultati, come il recente protocollo sottoscritto da tutti i
soggetti che a vario titolo sono interessati dal comparto edile, in materia di
sicurezza negli ambienti di lavoro.
Un’altra
conferma – ma questa volta di segno purtroppo negativo – caratterizza invece
l’andamento del settore turistico, i cui dati del 2004 rispetto al 2003
segnalano un decremento sia negli arrivi che nelle presenze, calati
rispettivamente del 1,61% e del 5,95%, decremento che riguarda soprattutto gli
ospiti stranieri, le cui presenze sono calate del 11,24% rispetto all’anno
precedente.
I primi dati
disponibili dell’anno in corso, riguardanti il primo quadrimestre, rapportati
allo stesso periodo del 2004, confermano purtroppo il trend negativo delle
presenze nonostante una leggera stabilizzazione degli arrivi dovuti alla
domanda interna.
Le ragioni di
questa situazione non sono più attribuibili solo ad una crisi congiunturale,
che pur esiste, ma a difficoltà strutturali del sistema turistico ligure ed
imperiese in particolare, difficoltà che se non saranno efficacemente
contrastate rischiano di compromettere in modo irreversibile l’intero comparto.
Questo rischia
di far venire meno, alla produzione di ricchezza del territorio, il contributo
fondamentale di un settore strategico,
anche per le sinergie che sviluppa con tutti gli altri comparti produttivi, pur
avendo potenzialità idonee a costituire la punta di diamante dell’economia del
nostro territorio.
Non dobbiamo tuttavia
essere troppo pessimisti, anche se occorre con realismo e pragmatismo
affrontare una crisi che diventa sempre più difficile.
Lo scorso anno
in questa sala presentammo tre progetti che ritenevamo essere, tra gli altri,
strategici per lo sviluppo del territorio.
La positiva
evoluzione dell’assetto societario della “Porto di Imperia spa” lascia
presagire che stiamo finalmente imboccando la strada che porterà alla
realizzazione di una opera fondamentale per la città. Il livello di
professionalità degli investitori entrati nella compagine societaria
contribuisce ad offrire garanzie sulla buona conclusione dell’operazione e
sulle potenzialità che questo territorio può ancora esprimere.
Anche l’altro
progetto presentato relativo al recupero dell’area delle ex ferriere pare stia
imboccando la strada dell’intesa tra il soggetto proponente e le Autorità
competenti. Da ciò ne deriverà, in una armonica visione complessiva del
recupero del fronte mare, un impulso importante allo sviluppo.
Anche il terzo
progetto presentato lo scorso anno, il P.R.U.S.S.T. della ex ferrovia, ci dà
segnali molto positivi. Sono stati appaltati i primi due lotti della pista
ciclo pedonale, derivante dal riuso del vecchio sedime, nel tratto San Lorenzo
al Mare – Ospedaletti, peraltro ad
imprese nostre associate, cosa che mi dà particolare soddisfazione, che ci
auguriamo possa presto diventare una grande infrastruttura turistica per il
rilancio del territorio.
In ultimo, ho
piacere di fare un cenno ad un settore che pur non essendo tradizionalmente
assimilabile alle aziende industriali, per importanza, per strutturazione, per
livello dei dipendenti e per qualità imprenditoriale e capacità di contribuire
alla crescita del territorio è sicuramente strategico per dimensione e rappresentanza.
Mi riferisco al comparto florovivaistico ed in particolare alla componente
della filiera nota come esportatori floricoli uniti nella Organizzazione ANCEF
e con cui, mi auguro a breve, i rapporti di attuale collaborazione con l’Unione
possano diventare molto più stringenti ed efficaci.
Purtroppo il
quadro è segnatamente negativo, l’intera filiera soffre di una situazione le
cui origini e le relative responsabilità sono ripartibili in modo ampio, anche
tra le nostre fila.
Occorre
superare vecchie logiche tendenti ad esasperare l’individualismo dell’impresa o
peggio ancora dell’imprenditore, per porre in essere politiche aziendali tese a
creare momenti aggregativi sempre più forti, al fine ridare slancio alla
capacità di competere, prima che sia troppo tardi. Chi all’estero ha saputo
sfruttare al meglio le variabili infrastrutturali e dimensionali si è
impadronito del mercato. Noi abbiamo ancora un prodotto ed un’immagine
invidiabile, interveniamo per invertire questa tendenza per uscire da un
circolo vizioso che ha come fine l’uscita dal mercato delle imprese e dei suoi
lavoratori.
Reagiamo e facciamolo insieme in una vera logica di sistema.
Cedo ora con piacere la parola
all'amico di antica data Commendator
Athos Giribaldi, figura storica non solo per la nostra Associazione ma in
quanto attore della vita socio-politica della comunità proprio in quegli anni
di rinascita e di forte sviluppo dell'economia del nostro territorio.
Con lui condivido, e desidero
fortemente che rivivano oggi più che mai nella nostra Associazione, quegli
ideali di libertà e di indipendenza che hanno caratterizzato il rifondarsi
dell'Unione Industriali di Imperia, e che devono, ed avrebbero sempre dovuto,
segnare la via maestra nell'agire di qualunque socio che intenda identificarsi
nella nostra Istituzione.
Colgo in questo momento
l’occasione per ringraziarLo della disinteressata collaborazione professionale
che per molti anni ha prestato all’Unione, e per la quale ritengo doveroso
porgergli oggi il nostro più sentito riconoscimento.
Egli, quale testimone diretto
di quei tempi, dedicherà un breve pensiero in ricordo di alcuni dei personaggi
che più significativamente li hanno caratterizzati.